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Movimento come “conoscenza”

La Riabilitazione Neurocognitiva considera il movimento come una delle modalità che l’Uomo ha a disposizione per “conoscere” ed “assegnare senso al mondo”. Attraverso il movimento, infatti, abbiamo la possibilità di interagire con l’ambiente esterno ed acquisire quelle informazioni che sono necessarie per l’organizzazione del nostro comportamento.

Potrebbe stupire che una teoria riabilitativa senta il dovere di definire preliminarmente cosa venga inteso per “movimento”: è questa, in effetti, una nozione che rimane spesso sottintesa, o data per scontata a causa della sua presunta “ovvietà”.

Tuttavia, il movimento è in realtà una funzione estremamente complessa, che può essere studiata da punti di vista anche molto differenti a seconda degli scopi perseguiti da una disciplina scientifica: esponiamo qui il punto di vista della Riabilitazione Neurocognitiva.

Le ricerche sul movimento cominciarono inizialmente ad esplorare gli aspetti più “esteriori” di questa complessa funzione. Le prime investigazioni sistematiche dovevano infatti necessariamente rivolgersi ai fenomeni più accessibili, e dunque non stupisce che ad essere enfatizzate fossero innanzitutto componenti effettrici quali le azioni dei muscoli, le leve ossee, gli spostamenti articolari, ecc.). Fortemente improntati al meccanicismo, i primi modelli di rappresentazione del movimento trascuravano gli aspetti più propriamente “informativi”  che pure sono intrinsecamente connessi alla funzione motoria.

Da molto tempo ormai viene riconosciuta l’importanza delle informazioni sensoriali che provengono dai nostri apparati recettoriali periferici distribuiti sulla cute o entro le articolazioni per la regolazione e la precisione del movimento. Cosa interessante, queste informazioni sensoriali non vengono più interpretate come una conseguenza “passiva” derivante dal movimento: al contrario, esistono numerose evidenze sperimentali che dimostrano come, muovendoci, operiamo in anticipo una “scelta” delle informazioni che saranno utili per il compimento di quella determinata prestazione (Asanuma, Arissian, 1984).

Più in generale, la fisiologia dell’azione viene oggi concepita come il prodotto della complessa integrazione tra processi “motori” e “sensoriali”, suggerendo che la percezione non è affatto un meccanismo di ricezione passiva ma è, al contrario, il prodotto della capacità del nostro Sistema Nervoso Centrale di “costruire” informazioni.

Queste  acquisizioni hanno naturalmente una valenza riabilitativa importante. La Teoria Neurocognitiva assume che il movimento sia “conoscenza” da un punto di vista biologico, fisico e concreto: le informazioni acquisite attraverso l’azione contribuiscono infatti a creare nuove connessioni che modificano la struttura del Sistema Nervoso Centrale, rendendolo più adattabile alla variabilità del mondo esterno. Ad esempio, studiando l’area corticale somatosensoriale di persone non vedenti ed abili lettori Braille, è stata riscontrata una espansione significativa dell’area di rappresentazione della superficie del dito impiegato per leggere  (Pascual-Leone, Torres, 1993).

È ragionevole ritenere che il movimento sia conoscenza anche pensando che molte delle “qualità” del mondo esterno non avrebbero alcun senso per noi in assenza della possibilità di “interpretare”, muovendoci, l’ambiente che ci circonda. Possiamo infatti essere raggiunti da sensazioni termiche (di caldo o freddo), dolorifiche (se ad esempio veniamo punti da un insetto), o tattili (come quando qualcuno strofina un tessuto sotto il palmo della nostra mano che rimane ferma), e tuttavia, le informazioni più complesse come gli attriti, i pesi, le relazioni spaziali (la distanza tra me ed un oggetto) o il tatto “attivo” (come quando cerco di trovare e di distinguere la forma delle chiavi di casa tra altri oggetti che si trovano nella tasca della giacca) sono proprietà che attribuiamo agli oggetti proprio sulla base della nostra capacità di metterci in relazione e di interagire in maniera attiva ed intenzionale con l’ambiente.

La funzione conoscitiva del movimento non è puramente teoretica ma, al contrario, si riflette nel substrato fisico rappresentato dal mantenimento dell’organizzazione, tutt’altro che statica, delle aree corticali implicate nell’elaborazione delle informazioni somestesiche. Questo principio è stato dimostrato da esperimenti che hanno limitato, per un breve periodo, la possibilità di muoversi in soggetti altrimenti sani.

Un esperimento ha creato una situazione simile a quella riscontrata nella condizione patologica umana denominata “sindattilia” attraverso l’unione chirurgica della cute di due dita adiacenti della mano nella scimmia adulta: dopo l’intervento le dita dell’animale non andavano incontro ad alcuna forma di “paralisi” ma, piuttosto, perdevano temporaneamente la possibilità di muoversi in maniera indipendente tra di loro. Prima dell’esperimento, le dita mostravano distinte aree di rappresentazione nell’area corticale somatosensoriale: tuttavia, alcune settimane dopo la loro unione, anche le rappresentazioni delle dita in corteccia apparivano fuse, indistinguibili. Questo esperimento dimostra che le nostre mappe corticali somatosensoriali non rappresentano una cartografia “standard” o statica della superficie del corpo: piuttosto, la loro organizzazione si dimostra estremamente dinamica, dipendendo dalle nostre esperienze motorie (Clark, Allard, Jenkins e Merzenich, 1988).

Un altro studio ha indagato l’effetto contrario, questa volta prodotto dall’ampliamento delle possibilità motorie in due soggetti umani affetti da sindattilia. La separazione chirurgica delle dita precedentemente attaccate tra di loro per effetto di una condizione patologica ha creato nuove condizioni, che hanno permesso ai soggetti di muovere le dita in maniera indipendente: tale incremento della motilità ha prodotto anche un ampliamento ed una differenziazione delle aree corticali di rappresentazione  corrispondenti alle dita interessate (Mogilner et al., 1993).

Queste ed altre sperimentazioni hanno permesso di dimostrare che movimento e conoscenza trovano un corrispettivo biologico nella modificabilità delle rappresentazioni corticali delle superfici del corpo coinvolte in specifici compiti. Coerentemente, la Teoria Neurocognitiva della Riabilitazione interpreta ogni patologia motoria che riduca o alteri  l’interazione con l’ambiente come una particolare condizione che limita le possibilità, fisiologicamente possedute dall’organismo, di conoscere.

Bibliografia:

 

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